Cagliari - Un chilo e passa di hascisc conservato nel proprio appartamento. Da fumare un po’ per volta, con calma e tranquillità, senza dover uscire tutte le sere in cerca del pusher, nelle vie buie dei quartieri difficili. Un chilo e passa di droga per uso personale, insomma. Sembra la sgangherata difesa di chi viene colto con le mani nel sacco, invece no: è la pura verità. Certificata con tanto di sentenza: ieri mattina la Corte d’Appello ha infatti accolto le tesi dell’avvocato Mario Canessa che ha portato all’attenzione dei giudici le molte decisioni della Corte di Cassazione. In sostanza: non basta la quantità, la sola quantità, per distinguere se la droga serva per un uso personale o sia invece destinata allo spaccio.
Una breve camera di consiglio, poi il verdetto che fa felice con l’imputato una lunga serie di fumatori accaniti. Il protagonista di questa storia a lieto fine è un fabbro di 38 anni, Carmelo Comelini. Cinque anni fa era stato tradito da una soffiata: il delatore suggeriva alla Polizia di frugare nell’appartamento del fabbro dove avrebbe trovato un consistente quantitativo di hashish. Gli agenti avevano bussato a colpo sicuro nella casa dove abitava Comelini e, senza faticare più di tanto, avevano trovato un chilo e150 grammi di hascisc.
Inutilmente il proprietario della casa aveva detto e ripetuto che quella droga era per lui, solo per lui, non la doveva vendere a nessuno, l’aveva acquistata tutta in una volta, questo sì, ma per farne un uso esclusivamente personale. Le solite scuse degli spacciatori, insomma, alle quali le forze dell’ordine ovviamente non credono. Davanti a un quantitativo simile è oggettivamente difficile pensare si tratti di droga destinata al consumo di una sola persona. Erano così scattate le manette: tre giorni di carcere e due settimane di arresti domiciliari per detenzione a fine di spaccio di sostanze stupefacenti. Al termine delle indagini il fabbro cagliaritano, ormai libero, era stato rinviato a giudizio. E processato.
I giudici del Tribunale in primo grado, il 6 marzo di cinque anni fa, avevano accolto integralmente le tesi prospettate dal pubblico ministero e avevano condannato l’imputato a un anno e otto mesi di reclusione, con la sospensione condizionale della pena. Ma Comelini continuava a insistere: fumo ma non spaccio. Così, attraverso il suo difensore, l’avvocato Mario Canessa, aveva impugnato la sentenza.
Il processo è stato celebrato ieri mattina, a distanza di cinque anni dalla condanna: la storia del fabbro è stata rievocata davanti alla Corte d’Appello. Il procuratore generale Lucina Serra ha concluso la requisitoria sollecitando la conferma integrale del verdetto di primo grado. Ma l’avvocato Canessa nell’arringa si è soffermato sui precedenti: la Corte di Cassazione più di una volta ha infatti sostenuto che il quantitativo di droga da solo non basta per sostenere che si tratti di sostanze da spacciare. E in effetti in casa di Comelini la Polizia non aveva trovato nessun bilancino di precisione, neanche un coltellino per il taglio. Non solo: il fabbro non risultava avesse contatti con i mondo dei consumatori di hascisc. Insomma, è un single che ha poche spese e che un giorno ha deciso di far le provviste: due milioni di lire per acquistare la droga tutta in una volta in modo da evitare continui contatti con la malavita.
La Corte d’Appello ha accolto la tesi della difesa e ha assolto il fabbro “perché il fatto non è previsto dalla legge come reato”. Anche un chilo e passa di hascisc può essere destinato a un uso personale.